Come sopravvivere al primo anno di vita del tuo secondo figlio (auguri Carolina!)

Un anno corre via veloce.
Sembra siano passate solo poche settimane dalla sera in cui sono corsa all’ospedale per partorire Carolina. Si “corsa” è la parola giusta. Al corso pre-parto ve lo sarete sentite dire mille volte: quando iniziano le contrazioni è inutile andare subito all’ospedale, meglio mettersi comode  e aspettare qualche ora. Forse quella sera io ho aspettato un po’ troppo e quando sono arrivata, neanche il tempo di fare la visita che mi hanno spedita subito in sala parto.
E’ iniziata così la storia di Carolina, nata con 3 giorni d’anticipo, sull’isola Tiberina.

Un parto veloce e poi tanti pianti

Il parto è andato bene non potevo che essere felice. Dopo il trauma del primo parto, con un travaglio durato più di 24 ore, mi sembrava incredibile che fosse stato tutto così semplice, veloce e… no indolore no! Comunque me l’ero cavata bene, Carolina stava alla grande e io dopo poco già stavo in piedi. Ora poteva iniziare la nostra avventura assieme.
Ma le cose non sono così semplici come possono sembrare. Nonostante tutta la felicità e la gioia immensa, un turbinio di emozioni contrastanti mi aveva travolto come un uragano.

I primi giorni in ospedale sono stati difficili. Ero esausta. Non riuscivo a dormire perché anche nei rari momenti in cui Carolina riposava io non riuscivo a farlo. Un letto troppo scomodo, la luce della stanza sempre accesa, attorno a me un movimento continuo di neo-mamme agitate e neonati urlanti. E poi la piccola poppante che mi stava accanto non faceva che starmi attaccata alla tetta, succhiando ogni goccia di latte che riuscivo a produrre in quelle prime ore.

La notte del secondo giorno ero disperata. Dopo vari tentativi falliti di farla dormire e con i capezzoli in fiamme, sono andata in lacrime dall’ostetrica di turno, chiedendo un biberon di latte artificiale. Il biberon salva vita. Quello che ti fa stare tranquilla per qualche ora perché hai la certezza che quel piccolo esserino ha la pancia piena e può, anzi deve dormire (almeno per un paio d’ore). Quella notte avevo deciso che forse non avrei allattato Carolina: troppo dolore, troppo impegno, troppo stanchezza. Mi sentivo sconfitta. Com’era possibile che con il secondo figlio mi ritrovavo ad avere problemi che con il primo non avevo avuto?

donna con neonato in braccio su letto

Nonostante lo sconforto ero felice. Incredibilmente felice. Mi bastava guardare la piccola che avevo in braccio per sentirmi la persona più fortunata al mondo. Allora perché non riuscivo a far altro che piangere e disperarmi? Quello che vivi nelle prime ore dopo il parto è indescrivibile da tutti punti di vista. L’ansia, la gioia, la stanchezza, l’impazienza, la paura, la felicità all’ennesima potenza. Tutto assieme in un mix letale di emozioni, più tutto quello che ti sta attorno. Ovvero: le altre mamme, gli altri bambini, le infermiere, i dottori. E ancora: i parenti che non vorresti vedere, gli amici lontani, i mariti che stanno al tuo fianco, ma non capiscono il perché di tutte quelle lacrime, gli altri figli che aspettano il tuo ritorno a casa.

La verità è che nemmeno tu sai il perché di tutta questa agitazione e non capisci più se piangi per gioia o per tristezza.

Finalmente a casa: aiuto ho due figli!

E poi arriva finalmente il grande giorno, quello tanto atteso e tanto temuto: il ritorno a casa. Il momento in cui ti mettono in braccio tuo figlio e ti dicono “ecco qui signora ora è tutto nelle sue mani, vedrà che a casa andrà meglio. Arrivederci e tante buone cose”.
Quando è successo la prima volta con Bernardo, sentivo che non ce l’avrei fatta. Dal tragitto dall’ospedale alla macchina ero così debole che mi girava la testa. La seconda volta con Carolina è andata meglio. Se non altro ero abbastanza in forma. Il parto era stato veloce, fisicamente mi sentivo bene ed effettivamente non vedevo l’ora di dormire nel mio letto.

A quel punto bisognava fare i conti con il problema più grosso di tutti: a casa c’era l’altro figlio. Quello che aspettava con ansia il tuo ritorno. Quello che non aveva ancora compiuto quattro anni e che probabilmente non si era ancora reso conto di non essere più figlio unico. E nella testa un grande dubbio: e adesso come farò ad occuparmi di tutti e due?

bambino di 5 anni tiene in braccio bambina piccola, ridono

Il dilemma è questo: dopo la nascita del primo figlio, ti dedichi anima e corpo a lui. Ogni singolo istante della tua vita è in funzione sua. E’ l’unica cosa a cui devi pensare e finalmente dopo averlo cambiato, pulito, allattato, coccolato, vestito, arriva il momento in cui dorme e tu puoi riposarti.
Con il secondo figlio no, questo non lo puoi fare. La stanchezza ti rimane addosso per sempre. Lei riposa. Tu invece stai sveglia perché nel frattempo c’è il primo figlio che ha bisogno delle tue attenzioni e tu gliele vuoi dare tutte nonostante la stanchezza, perché sai che la gelosia è in agguato e vuoi scongiurare in tutti i modi che il quattrenne inizi a provare odio per la creaturina appena nata.

Buttate la spugna subito. Non fatevi illusioni. Risparmiate le energie. La gelosia arriva sempre. Magari non subito. Magari dopo, quando ormai pensi di averla scampata e ti dici “meno male, allora lo vedi che erano tutte cavolate”. Con noi è andata così: Bernardo ha adorato sua sorella dal primo momento in cui l’ha vista. Tutto sorrisini, regalini e cosine dolci. Poi un giorno Carolina ha imparato a stare seduta. Poi a gattonare. Poi ad allungare le sue manine cicciottelle verso i suoi giocattoli. Lì è stata la fine. A quel punto devi proprio metterti d’impegno, perché la gelosia dei bambini è irrazionale, impulsiva, spesso inconscia. Nemmeno loro sanno perché un momento prima adorano alla follia la sorellina appena nata e un momento dopo sono pronti a lasciarla in mezzo alla strada e dimenticarsene per sempre. Non c’è soluzione a questa cosa. Gli puoi spiegare in cento modi diversi che non c’è motivo di essere gelosi, perché tu li ami tutti e due, ma niente.

Ogni cosa a suo tempo

E’ il consiglio più prezioso che posso darvi: non abbiate fretta. Tutti i bambini crescono. Tutti smettono di piangere e di fare i capricci. Tutti imparano a dormire e a mangiare da soli.
Quando sarà il momento giusto, questi piccoli miracoli succederanno.
Cercate di impostare delle buone abitudini per favorire questi cambiamenti, ma se le cose non vanno esattamente come avete programmato, pazienza. Qualcuno sarà più fortunato e riuscirà a trovare i propri equilibri più rapidamente. Per altri ci vorrà di più tempo. Ogni bambino è diverso e non vi aspettate che se una cosa ha funzionato alla perfezione con il primo figlio, allora funzionerà anche con il secondo. All’inizio mi dicevo “con Bernardo ho fatto così, quindi andrà bene anche per Carolina”. Sono stata smentita tante volte e mi sono resa conto che questa regola vale poco. Quando succederà anche a voi, non vi scoraggiate!

Per esempio Bernardo i primi giorni non voleva attaccarsi al seno, poi al suo sesto giorno di vita (grazie ad una puericultrice davvero brava) l’ha fatto e da lì non ho mai avuto problemi. Carolina si è attaccata subito e anzi non si staccava mai con i risultato che al secondo giorno piangevo dal dolore. Con molta pazienza, chili di pomate e qualche rimedio della nonna, ho superato tutto e sono riuscita ad allattarla per un anno.
Bernardo da neonato dormiva per ore e ore durante il giorno ed è stata una fortuna perché io nel frattempo riuscivo a riposarmi. Carolina no, lei sempre sveglia. I primi mesi dormiva solo fuori casa, quindi spesso uscivo e appena si addormentava mi chiudevo in un bar a bere tè caldo e a mangiare fette di torta.
Quando è arrivato il momento dello svezzamento con Bernardo non ho avuto problemi: fin da subito lui ha mangiato tutto, senza mai rifiutare niente. Con Carolina neanche a dirlo non è andata così liscia. Ci sono voluti mesi e tante prove. Le ho proposto tutti i tipi di consistenza di pappa. Tutti i tipi di verdure e di cereali. Ho provato l’auto svezzamento e lo svezzamento tradizionale. Ogni giorno mi ingegnavo per escogitare modi per farla mangiare, ma era sempre un’incognita. Poi da un giorno all’altro ha accettato la pappa e oggi mangia di tutto.
Insomma avete capito come sono andate le cose.

La vera gioia arriva e spazza via tutto

Potrei continuare a scrivere pagine intere di tutte le fatiche e le difficoltà che arrivano con la nascita di un secondo figlio. Di tutti gli equilibri rotti e ritrovati. Dei pianti fatti di nascosto. Del dilemma delle notti insonni. Di quelle frasi che risuonano nella tua testa nei momenti peggiori “Chi me lo ha fatto fare? Quand’è che ho deciso che avere un secondo figlio sarebbe stata una buona idea?”.

La verità è che assieme a tutto questo caos arriva anche la gioia. Quella vera.

Ammirare un esserino di sole tre settimane che già ti sorride. Sentire una vocina che per la prima volta in vita sua pronuncia la parola “mamma”. Assistere ad un primo incontro tra un fratello e una sorella. Vedere due manine che si toccano e due nasini che si sfiorano. Sentire Bernardo dire che vorrebbe che Carolina fosse sua sorella per tutta la vita. Dormire abbracciati a due bambini.
Tutto questo ad un certo punto spazza via il resto. I momenti difficili non scompaiono, sono sempre lì, ma riesci a dargli un senso, perché tutta la fatica, lo stress e le lacrime sono ripagate da questa felicità.

E poi un giorno arriva anche la gioia di ritornare a dormire e di sentirsi riposate. Per me non è ancora arrivata, Carolina ha compiuto 1 anno, ma ancora si sveglia la notte. Ma credetemi: prima o poi arriva per tutti. Abbiate fiducia. Quel giorno non è poi così lontano e allora vi guarderete indietro e penserete che in fin dei conti non è stato tutto difficile. Anzi è stata quasi una passeggiata e se avrete ancora un po’ di energie da parte, penserete che magari l’idea di un altro figlio non è poi così folle.

Ps. Tanti auguri Carolina!

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